mercoledì 14 gennaio 2009
martedì 30 dicembre 2008
Lo zaino per il 2009
Domani finisce l'anno, oggi è tempo di preparare lo zaino che mi accompagnerà nel 2009.
Quest'anno ci infilo subito Valerio e tutto ciò che verrà nei prossimi mesi; ci metto la mia famiglia per intero; gli Amici, quelli vicini e quelli lontani, chi c'è sempre nonostante il tempo che passa, chi sa leggere tra le righe, chi sa che un'amicizia non dipende da una telefonata, chi mi aspetta, chi mi rispetta, e anche chi ha deciso di andare via: uno spazio glielo lascio, poi si vedrà. Ci metto il lavoro, la fatica e la passione che fa muovere le dita sulla tastiera e fa girare gli ingranaggi del cervello. Ci metto tutta la mia storia, per non dimenticare mai da dove vengo e chi sono.
Il resto dello spazio lo lascio ai cambiamenti che ci saranno, al futuro che ancora deve prendere forma, alle decisioni che prenderò, a quelle che subirò. Lascio spazio all'aria che respirerò, ai Paesi e ai luoghi che visiterò e alle parole che scriverò.
Buon anno, di pace e speranza.
Quest'anno ci infilo subito Valerio e tutto ciò che verrà nei prossimi mesi; ci metto la mia famiglia per intero; gli Amici, quelli vicini e quelli lontani, chi c'è sempre nonostante il tempo che passa, chi sa leggere tra le righe, chi sa che un'amicizia non dipende da una telefonata, chi mi aspetta, chi mi rispetta, e anche chi ha deciso di andare via: uno spazio glielo lascio, poi si vedrà. Ci metto il lavoro, la fatica e la passione che fa muovere le dita sulla tastiera e fa girare gli ingranaggi del cervello. Ci metto tutta la mia storia, per non dimenticare mai da dove vengo e chi sono.
Il resto dello spazio lo lascio ai cambiamenti che ci saranno, al futuro che ancora deve prendere forma, alle decisioni che prenderò, a quelle che subirò. Lascio spazio all'aria che respirerò, ai Paesi e ai luoghi che visiterò e alle parole che scriverò.
Buon anno, di pace e speranza.
lunedì 8 dicembre 2008
Un anno
Un anno di amore, un anno di baci, un anno di abbracci, un anno di parole, un anno di occhi, un anno di sguardi, un anno di sogni, un anno di risvegli, un anno di respiri, un anno di progetti, un anno di scoperte, un anno di pensieri, un anno di ricerche, un anno di racconti, un anno di speranze, un anno di viaggi, un anno di notti, un anno di canzoni alla radio, un anno di strada, un anno di passeggiate, un anno di una mano, nell'altra, un anno di sussurri, un anno di sorrisi, un anno di risate, un anno di vita, un anno di scelte, un anno di comprensione, un anno di vita che non è più mia ma diventa nostra, un anno passato, immerso nel presente che cresce nel futuro.
venerdì 14 novembre 2008
La pioggia
L'altro giorno mi lamentavo della pioggia. Allora mi madre mi ha detto: "Proprio stamattina leggevo la poesia di Neruda, Lentamente muore. E dice anche: Lentamente muore chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante".Allora c'ho pensato. Perché a me la pioggia non piace, ma mentre ero in macchina e i tergicristalli erano impegnati in una lotta senza fine con le gocce che picchiavano duro contro il vetro, ho scattato una foto. Questa foto.
E ho provato a pensare a tutte le cose positive che derivano dalla pioggia. Non ci credevo nemmeno io, ma ne ho trovate moltissime.
domenica 2 novembre 2008
L'uomo che amava le donne
Ho "incontrato" Stieg Larsson un paio di mesi fa. In poco più di due settimane ho letto Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, 1.430 pagine in tutto. Ora aspetto il 14 gennaio del prossimo anno, giorno in cui uscirà il terzo volume della trilogia Millennium.
Larsson è un giornalista svedese, fondatore della rivista di denuncia Expo, morto d'infarto nel 2004. Ha fatto in tempo a scrivere la trilogia, nel suo computer sono rimaste 200 pagine del IV volume che però nessuno leggerà mai. Mi è piaciuto subito, siamo andati d'accordo perché la bella scrittura mi piace. Pulita, lineare, asciutta, senza fronzoli. Mattoni che a vederli fanno paura ma che si leggono piacevolmente. Una storia avvincente, costruita bene, molto realistica.
Oggi ho letto l'intervista alla sua compagna, architetto di 54 anni con la quale ha vissuto a Stoccolma. Si sono conosciuti nel 1972, manifestando contro la guerra in Vietnam. E non si sono più lasciati. La giornalista le chiede perché non si siano mai sposati. Lei le risponde mostrandole i due anelli che avevano comprato ma che non sono mai serviti perché quando avevano deciso di sposarsi, Grenada fu invasa dagli Usa e loro da attivisti erano troppo impegnati per il matrimonio. La giornalista scrive che durante l'intervista, Eva Grabielsson ha spesso gli occhi lucidi.
Dice Eva: "Quando Stieg è morto, il 9 novembre del 2004, boom!, ho perso di colpo la capacità di leggere. Seguivo riga per riga con un dito, pronunciavo la parola ad alta voce, come un bambino, alla fine ... Non sapevo cosa avessi letto. [...] Non riuscivo a mangiare, a dormire in modo normale e comunque non nel letto, mi sdraiavo per terra. Non in camera, ma davanti alla porta [...]. Non festeggio l'anniversario del giorno in cui è morto. Festeggio quello in cui è nato. Io sono come Golia contro il gigante. Ho perso ma credo di aver vinto. Ho avuto l'eredità più bella, la nostra vita insieme. Sono cresciuta grazie a lui [...]. Oggi è difficile che le persone la vedano così e a me dispiace: avanzano nell'esistenza come ciechi".
Mi ha fatto tenerezza leggere queste righe, il racconto di chi che ha perso l'amore della sua vita, quello che ti cambia, con il quale cresci. E questo le ha fatto superare i contrasti con la famiglia di lui, l'umiliazione di sentirsi un'estranea davanti allo Stato solo perché non era sposata.
Lo ha perso e ha smesso di leggere, di contare, di mangiare. Mi ha commosso entrare nel dolore di una donna amata da un uomo che amava le donne.
Larsson è un giornalista svedese, fondatore della rivista di denuncia Expo, morto d'infarto nel 2004. Ha fatto in tempo a scrivere la trilogia, nel suo computer sono rimaste 200 pagine del IV volume che però nessuno leggerà mai. Mi è piaciuto subito, siamo andati d'accordo perché la bella scrittura mi piace. Pulita, lineare, asciutta, senza fronzoli. Mattoni che a vederli fanno paura ma che si leggono piacevolmente. Una storia avvincente, costruita bene, molto realistica.
Oggi ho letto l'intervista alla sua compagna, architetto di 54 anni con la quale ha vissuto a Stoccolma. Si sono conosciuti nel 1972, manifestando contro la guerra in Vietnam. E non si sono più lasciati. La giornalista le chiede perché non si siano mai sposati. Lei le risponde mostrandole i due anelli che avevano comprato ma che non sono mai serviti perché quando avevano deciso di sposarsi, Grenada fu invasa dagli Usa e loro da attivisti erano troppo impegnati per il matrimonio. La giornalista scrive che durante l'intervista, Eva Grabielsson ha spesso gli occhi lucidi.
Dice Eva: "Quando Stieg è morto, il 9 novembre del 2004, boom!, ho perso di colpo la capacità di leggere. Seguivo riga per riga con un dito, pronunciavo la parola ad alta voce, come un bambino, alla fine ... Non sapevo cosa avessi letto. [...] Non riuscivo a mangiare, a dormire in modo normale e comunque non nel letto, mi sdraiavo per terra. Non in camera, ma davanti alla porta [...]. Non festeggio l'anniversario del giorno in cui è morto. Festeggio quello in cui è nato. Io sono come Golia contro il gigante. Ho perso ma credo di aver vinto. Ho avuto l'eredità più bella, la nostra vita insieme. Sono cresciuta grazie a lui [...]. Oggi è difficile che le persone la vedano così e a me dispiace: avanzano nell'esistenza come ciechi".
Mi ha fatto tenerezza leggere queste righe, il racconto di chi che ha perso l'amore della sua vita, quello che ti cambia, con il quale cresci. E questo le ha fatto superare i contrasti con la famiglia di lui, l'umiliazione di sentirsi un'estranea davanti allo Stato solo perché non era sposata.
Lo ha perso e ha smesso di leggere, di contare, di mangiare. Mi ha commosso entrare nel dolore di una donna amata da un uomo che amava le donne.
venerdì 17 ottobre 2008
Che rumore fa, la felicità
Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.
Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra
la terra l’aria canta come una chitarra.
L’aria canta come una chitarra.
Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima, canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te,con la tua bocca,
essere felice.
("Ode al giorno felice", Pablo Neruda)
venerdì 10 ottobre 2008
Professione: pennivendoli. Mestiere: giornalista.
C'è chi, giustamente, considera gli appartenenti alla mia categoria come una casta. Perché nei grandi (e nei piccoli, ahimé) giornali così come nelle radio o nelle tv ci sono tanti senatori, quelli che scaldano la sedia, firmano un fondo al mese e prendono 8mila euro al mese. Ci sono quelli che si fanno rimborsare un caffè dall'azienda essendo direttori dell'azienda stessa e prendendo per questo svariate migliaia di euro. C'è chi dovrebbe organizzare i giornali, ma passa le giornate al bar o a fumare sigarette. C'è chi si finge malato per non accettare i trasferimenti e fa il furbo facendo pressioni con gli amici di papà. C'è chi entra nei posti solo per il cognome che porta. E fa niente che non sa coniugare un congiuntivo. C'è chi scrive solo quello che gli viene gentilmente dettato dal politico di turno. E per fare tutto questo, si ricevono stipendi molto alti, benefit in ogni dove, sistema sanitario privato (cliniche a cinque stelle convenzionate per ogni malanno, finto o vero) e sistema previdenziale a sé.
Però, perché c'è sempre un però, conosco tanti colleghi bravi, dei fuoriclasse che si fanno un mazzo così dalla mattina alla sera. Che hanno passione per quello che fanno, che sanno ancora "essere" giornalisti, attenti, scrupolosi e bravissimi senza riserve. Ma la maggior parte di loro è precario, è collaboratore a 16 euro al pezzo lordi. Aspetta anni, decine di anni per una sostituzione estiva o per una maternità che significa mettere un pezzetto di piede in redazione. Corrono da una parte all'altra della città a qualunque ora del giorno e della notte. Passano le giornate al telefono (non rimborsato) per scrivere tremila battute che firmerà con il giornalista che è rimasto al caldo (o al fresco d'estate)in redazione. Aspettano anni il sogno di un praticantato. Sudano per avere contatti, per mantenerseli. Fanno anticamera dei potenti, aspettano fuori dai ristoranti al freddo e al gelo, a 40 gradi come a -10 senza battere ciglio. Fanno turni massacranti, lavorando anche tredici, quattordici ore di fila. Notte e giorno, non fa differenza. Seguono noiosi consigli comunali, accesi dibattiti parlamentari sul nulla e prendono le botte a Pianura perché si espongono troppo. Sacrificano la loro vita personale, perché non è facile far conciliare gli orari con un lavoro "normale". Perdono amici, treni, fidanzati, vacanze.
E allora, se permettete, io questa categoria "sana" la difendo. Margherita Granbassi, tra una foto sul settimanale patinato di turno e un'Olimpiade, dice: "Dopo (DOPO!) la carriera sportiva mi piacerebbe fare la giornalista". Bene. Manco finisce l'Olimpiade che Michele Santoro, il guru del giornalismo televisivo d'inchiesta, la chiama a condurre con lui AnnoZero. A FARE la giornalista. Chissà a quanti altri giovani e preparati giornalisti avrà fatto provare Santoro prima di scegliere la bionda atleta. Fa niente che l'Arma (della quale la fiorettista fa parte) la richiama all'ordine. Lei prende l'aspettativa. Chissà se i precari che fanno la fila e sgomitano da secoli alla Rai se la possono permettere l'aspettativa. Tutti s'inventano giornalisti, tutti vogliono tentare. Vorrei cambiare mestiere...che faccio? Massì! Il giornalista. Mi voglio reinventare...che faccio? Massì, il giornalista! Tutti pensano che sia facile fare il giornalista. Che ci vuole? Anzi, che figo. Io faccio il giornalista. Wow. E' no. Non funziona propriamente così.
Una volta, all'università, venne l'ex direttore del Messaggero e poi deputato, Paolo Gambescia. Raccontò un episodio e io non l'ho mai dimenticato. Per un periodo della sua vita (non so se lo sia tutt'ora) è stato sotto scorta per le minacce ricevute dalle Br. Un giorno il figlio piccolo si affaccia alla finestra e guarda la macchina della polizia di sotto e gli chiede: Papà, ma perché proprio tu devi fare questo lavoro? E lui rispose, pensandoci un po': E perché no? E ci spiegò, raccontando l'aneddoto che questo non è un lavoro. E' un mestiere. Perché è artigianale, diceva Walter Tobagi, individuale, duro. Questo ricordava Ai maestri della filosofia, della sociologia da strapazzo.
Però, perché c'è sempre un però, conosco tanti colleghi bravi, dei fuoriclasse che si fanno un mazzo così dalla mattina alla sera. Che hanno passione per quello che fanno, che sanno ancora "essere" giornalisti, attenti, scrupolosi e bravissimi senza riserve. Ma la maggior parte di loro è precario, è collaboratore a 16 euro al pezzo lordi. Aspetta anni, decine di anni per una sostituzione estiva o per una maternità che significa mettere un pezzetto di piede in redazione. Corrono da una parte all'altra della città a qualunque ora del giorno e della notte. Passano le giornate al telefono (non rimborsato) per scrivere tremila battute che firmerà con il giornalista che è rimasto al caldo (o al fresco d'estate)in redazione. Aspettano anni il sogno di un praticantato. Sudano per avere contatti, per mantenerseli. Fanno anticamera dei potenti, aspettano fuori dai ristoranti al freddo e al gelo, a 40 gradi come a -10 senza battere ciglio. Fanno turni massacranti, lavorando anche tredici, quattordici ore di fila. Notte e giorno, non fa differenza. Seguono noiosi consigli comunali, accesi dibattiti parlamentari sul nulla e prendono le botte a Pianura perché si espongono troppo. Sacrificano la loro vita personale, perché non è facile far conciliare gli orari con un lavoro "normale". Perdono amici, treni, fidanzati, vacanze.
E allora, se permettete, io questa categoria "sana" la difendo. Margherita Granbassi, tra una foto sul settimanale patinato di turno e un'Olimpiade, dice: "Dopo (DOPO!) la carriera sportiva mi piacerebbe fare la giornalista"
Una volta, all'università, venne l'ex direttore del Messaggero e poi deputato, Paolo Gambescia. Raccontò un episodio e io non l'ho mai dimenticato. Per un periodo della sua vita (non so se lo sia tutt'ora) è stato sotto scorta per le minacce ricevute dalle Br. Un giorno il figlio piccolo si affaccia alla finestra e guarda la macchina della polizia di sotto e gli chiede: Papà, ma perché proprio tu devi fare questo lavoro? E lui rispose, pensandoci un po': E perché no? E ci spiegò, raccontando l'aneddoto che questo non è un lavoro. E' un mestiere. Perché è artigianale, diceva Walter Tobagi, individuale, duro. Questo ricordava Ai maestri della filosofia, della sociologia da strapazzo.
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